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Zhou Zhiwei

 

L'ARTE È PONTE FRA LE CULTURE di Giorgio Segato


Tra i primi lavori che di Zhou Zhiwei mi è capitato di vedere c'era il ritratto di Rossana Bossaglia, dinamica storica e critica d'arte milanese, entusiasta della vita, infaticabile nel lavoro. Non saprei dire se è stata lei a imporsi (col sorriso, con lo sguardo, col suo fare intenso e sbrigativo) sul pittore o se è stata l'acutezza dell'artista ad aver colto subito l'arguzia, la verve autoironica del personaggio. Ne è venuto un ritratto davvero notevole, di alta maestria tecnica e di penetrazione psicologica, splendido anche nel movimento cromatico di suggestione deco delle vesti.

Un altro ritratto particolarmente convincente è quello di Nader Khaleghpour, iraniano/padovano, colto invece in un suo tipico atteggiamento pensoso, introspettivo, lasciando giocare il netto contrasto tra lo sparato bianco della camicia e le pieghe del volto bruno, mobili di inquietudini interiori. Zhou Zhiwei è dunque ottimo ritrattista tecnicamente ben formato da un lungo e costante esercizio(dipinge per passione da quando aveva nove anni)e coltivato tenendo ben presenti tre momenti alti di riferimento culturale e pittorico: la visione cinese della realtà(poetica, idealizzata,ripetitiva e sempre più raffinata nei soggetti emblematici,come l'acqua,la montagna,l'albero, il fiore,);la scuola all'Accademia di Shangai, basata soprattutto sulla lezione del realismo sociale sovietico; e la pittura occidentale italiana, rinascimentale e barocca prima, e poi vivendo da vicino le scelte e le modulazioni tecniche di alcuni artisti italiani contemporanei eletti a modello di stile e sensibilità.

Sono questi i connotati salienti delle scelte formali e stilistiche di Zhou Zhiwei:comincia a dipingere sistematicamente in giovanissima età, incoraggiato dalla famiglia , che lo affida pretsto alle cure di due insigni Maestri accademici, i pittori Yu-Yunjie e Lin Kemin; è accolto all’Accademia di Belle Arti di Shangai e vi si diploma; viaggia moltissimo in Asia(Tibet, Mongolia, Cina), in Africa e in Europa, introiettando visioni di spazi sterminati, di costumi, caratteri, e raccogliendo spunti e sollecitazioni pratiche e di espansione di sensibilità.

Si è fermato una ventina di anni fa in Italia, prima frequentando lo studio di Pietro Annigoni e assorbendo il fascino per il ritratto psicologico penetrante, con poca attenzione al contesto, mirato alle espressioni degli occhi, della bocca e al gioco della luce che conferma e sottolinea la lettura caratteriale dell’artista; ha poi trascorso qualche tempo con Gregorio Sciltian e con Manzù per decidere quindi di restare “ a scuola” presso Riccardo Tommasi Ferroni, affascinato dalla bravura tecnica e dal mondo di aggiornato, ironico e ludico surrealismo del pittore lucchese.

Da oltre vent’anni Zhou Zhiwei vive e lavora in Italia coltivando il sogno di stabilire un vero e proprio ponte artistico tra cultura orientale di origine e cultura occidentale in cui vive immerso (ha sposato un’italiana dalla quale ha avuto un figlio, Alessandro che ha già 11 anni): cercando nei paesaggi l’essenza spirituale e profonda della natura, l’immutabile identità e verità nella diversità(Visioni sospese e lontananti che esaltano la natura, il grande, possente albero del baobab, la montagna come simbolo dell’elevazione, del coraggio, dell’irrinunciabile tensione, lo stagno come quiete, i templi a mezzacosta, gli scorci di luce, la prima e l’ultima luce trascorrere rapidissime su vaste vedute del Gobi , del Tibet, della Mongolia).Si avverte che il suo sguardo sul deserto, sull’immenso baobab, sul contadino che torna a casa in groppa al bufalo, sui templi tibetani aggrappati alle pendici dei monti, è tipicamente orientale, cinese, mai fotografico, mai irrigidito in schemi in schemi sintattici e prospetticidi veduta, di riproduzione, ma sempre intenerito, alleggerito dal senso poetico, magico, dallo stupore per la beltà e dall’aspirazione a coglierne i connotati essenziali e permanenti.Nelle figure prevale il dato tecnico appreso in Cina e perfezionato con Annigoni, Sciltian e Ferroni, dei quali ha saputo assorbire e amalgamare rispettivamente le inquietudini, la resa cristallina e la volontà di rimettere in gioco la realtà in combinazioni simboliche, araldiche o metaforiche, capaci di innescare un pensiero, un interrogativouna meraviglia, un gioco recitativo. La sua tavolozza trattiene spesso i turbamenti esistenziali e gli sfaldamenti cromatici che Annigoni diceva di aver mutatodal Seicento al Settecento; il ritratto per Zhou Zhiwei è autentica esplorazione del volto, dei caratteri trasparenti dal viso, delle passioni, delle ombre, velature che danno vita ed espressione, dei segni che testimoniano il tempo e le esperienze di gioia e di sofferenza che si traducono nei gesti del corpo, nei mutevoli rapporti di luce tra campo e figura, tra figura e volto ora proteso nella comunicazione ora serrato in caparbio ascolto interno, ora docile e morbido alla luce che carezza le espressioni. La stesura di Zhou Zhiwei è sapiente e anche qui al realismo di scuola russo-cinese mostra di sapere mediare, interpretare, evocando i ritratti ideali fermi della tradizione cinese, quelli della comunicazione retorica dei valori comportamentali del realismo sociale sovietico, ma di saperli anche modulare, inserendo i moti dell’anima, le variazioni umorali come connotati della persona, della maschera umana individuale, in scenografie spettacolari(di scuola indubbiamente ferroniana) per precipitazione in uno stesso luogo di tempi e modi diversi. “Il mio desiderio – ripete spesso – è quello di costruire con la mia pittura un ponte tra oriente e occidente, mantenendo le mie radici assimilando quanto più possibile dell’occidente, dell’Europa e delle grandi stagioni europee del a pittura e della scultura”. Certamente ci riesce bene e gli esiti nelle medie e grandi dimensioni sonop eccellenti, di grande bravura nel tenere lo spazio, la figura, e nelle modulazioni cromatiche impastate, nei colori più e più volte tirati per assorbire lucentezza, per declinare delicate e più fonde ombre sui corpi, sui volti, nelle stanze. Tra oriente e occidente, ma senza mutare radicalmente il senso della pittura, il valore della rappresentazione da composizione ideale,che mira coglier l’essenza della realtà, a ripresentazione della realtà delle cose e delle figure come sono, fino all’utilizzo – secondo la lezione di Tommasi Ferroni – della realtà come campo di combinazioni narrative di ironici e surreali piazzamenti di oggetti e di eventi che aggallano alla memoria e all’esperienza visive, come studio, accertamento, approfondimento , partecipazione ideale o morale o anche solo umorale, sensitiva(è costante il riferimento alla musica sia nella rappresentazione di strumenti sia in una certa sonorità particolare che Zhiwei riesce a dare alla luce, ora in fraseggi melodici come nel “L’attesa”, ora in sensuali modulazioni ritmiche come nel lenzuolo del “Sassofono” o nello splendido “Canto della Terra – Omaggio a Mahler”, ora nella frenesia della rievocazione romana, sotto il cupolone di San Pietro, del “Ratto delle Sabine”(con prestiti da Bernini e cavalieri Mongoli, Usari, Crociati, tra le erbe una lattina di Coca Cola e in lontananza i grattacieli di una metropoli ). Giochi della fantasia, dell’immaginazione, naturali insorgenze di chi vive una dimensione ancora divisa tra oriente e occidente, tra l’ispirazione a una condizione atemporale, poeticamente filtrata, che smaterializza la realtà e la vita in una dimensione in cui la storia invece corre sempre più in fretta e fa sentire la persistenza , il peso delle cose, delle memorie: racconto , natura, luce, figura ( come restituzione del corpo, come misura dei rapporti con lo spazio, con le cose, con gli altri corpi e con la storia) musica, colore sono gli elementi con cui Zhou Zhiwei tenta il suo ponte tra le culture, al sua necessità di transitare e piacere dall’una all’altra parte.
Giorgio Segato – settembre 2004