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Zhou Zhiwei

 

 

 

La congiunzione di oriente e occidente nell’arte di Zhou Zhi Wei

di Enzo Santese



Trascorsi i primi venticinque anni della sua esistenza nella terra d’origine, la Cina, Zhou Zhi Wei ha assorbito gli effetti del genius loci fissandolo nella propria matrice d’artista, che combina con i riflessi della sua permanenza in Italia, a Roma e a Padova, dove attualmente risiede. Nella sintesi tra la sua storia inscritta nella sensibilità orientale e gli influssi derivati dall’occidente, l’artista ha raggiunto una fisionomia di marcate e vibranti intonazioni poetiche, espresse nella pittura di narrazione, che intreccia mito e cronaca, poi nel paesaggio e nel ritratto.

In ogni caso le opere mai esauriscono in sé il loro valore significante, ma rimandano transitivamente ad altro, in un rilancio simbolico che permea ogni sua creazione. La mostra presso la Chiesa di San Gregorio a Sacile mette in relazione due concetti che costituiscono da sempre altrettante polarità del suo mondo interno, la solitudine e l’amicizia.

Zhi Wei si misura con le dimensioni del tempo e dello spazio, così dilatate nella sua patria da far smarrire la percezione di sé; in ogni dove oggi esse inducono pure a un senso di isolamento, quello stesso che attanaglia l’uomo contemporaneo, raffrenato nei suoi slanci dai feticci dell’attualità e dallo strapotere della tecnologia, che sostituisce l’uomo stesso in molti passaggi operativi, una volta adatti a una lievitazione dei rapporti tra le persone. L’unico antidoto alla solitudine resta l’amicizia, che è incontro di individui, ma anche convergenza di popoli, disposti a conoscersi nel rispetto delle singole peculiarità. Zhou Zhi Wei porta in dotazione un patrimonio di acquisizioni raggiunte all’Accademia di Belle Arti di Shangai da due famosi pittori cinesi, Yu Yun-jie e Liu Kemin. Viaggiatore instancabile in Asia, in Africa e in Europa, ha registrato nella sua coscienza, prima che nella memoria, situazioni in cui il dato fisico confina con la rarefazione spirituale. L’artista ripercorre idealmente la “Via della Seta”, quel fascio di strade che univa Pechino al Mar Mediterraneo, il più importante canale di transito delle idee e delle merci tra la Cina e l’occidente.
Attratto anche dai tesori d’arte del nostro Paese, è venuto in Italia dedicandosi non soltanto a soddisfare la propria curiosità culturale, ma a verificare sistematicamente tutti quei luoghi e opere che giacevano nel suo repertorio di conoscenze; poi ha continuato con lena davvero incisiva a ricercare nel proprio chiuso “forno di cottura” i meccanismi di una crescita che ha coagulato le ragioni native con gli stimoli nuovi. Questi non gli sono certamente mancati nella contiguità con compagni di viaggio importanti che, a vario titolo, sono stati per lui punti di riferimento imprescindibili: Pietro Annigoni, Gregorio Sciltian, Giacomo Manzù, e soprattutto Riccardo Tommasi Ferroni. Rimanendo a studio da quest’ultimo, ha maturato il suo slancio alle grandi narrazioni pittoriche dove il recupero del passato si fa formicolante tensione dell’attualità, fondendo i tempi della storia in un unico immobile presente. Da qui desume la forza per un’impalcatura disegnativa di straordinaria efficacia, la quale gli consente con facilità di caratterizzare l’adesione realistica con una vena tipicamente plastica delle figure, che si muovono su uno scenario concepito come rappresentazione di un dato simbolico.
Il paesaggio è vissuto da Zhi Wei non come un contenitore di eventi, ma come un organismo che pulsa nelle sue articolazioni vegetali e fisiche, dentro una sfera immaginaria in cui il fluire delle stagioni si è rallentato per l’arbitrio di una natura sospesa tra il dato di un universo indefinito, dove l’orizzonte divide il percettibile dall’impalpabile, e la sostanza visiva del reale. Il tutto in una nitidezza atmosferica che esalta l’incanto di scene, dove prolifera il senso di un’emozione, lunga come l’intensità della luce che dà forma alle cose. Dove Zhi Wei raggiunge la cifra di un’ineguagliabile aderenza al dettato interno del soggetto è il ritratto; qui l’artista piega la fisionomia a esprimere con potenza d’espressione i moti interni che connotano il personaggio considerato.
Enzo Santese