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Zhou Zhiwei

 

di Rossana Bossaglia

E’ raro che un artista sappia unire una spontaneità di modi, che definiremmo addirittura semplice nella sua naturalezza, a una complessità culturale legata ai luoghi della sua formazione , geograficamente diversi e variati. E che sia un artista capace di cogliere il diretto respiro di un’azione, o di un paesaggio; e nel contempo di rievocare modelli storici quasi visti in un sogno fantomatico. Cinese di nascita, avviato all’attività artistica nella sua terra, Zhiwei non ha mai perduto il contatto, anche psicologico, con il suo mondo d’origine: più che nell’iconografia riviviamo con lui l’Oriente nella sensibilità sottile del segno e nel respiro paesaggistico, che travalica ogni minuzia descrittiva per farsi estasi dell’infinito. D’altra parte, trasferitosi in Italia non ancora trentenne, qui ha continuato gli studi e ha assimilato formule espressive che gli erano particolarmente congeniali; praticando una pittura cosiddetta figurativa, ha recepito soprattutto l’interpretazione che ne dava il suo prediletto maestro, Tommasi Ferroni: personaggi realistici nella precisione fisionomica, nello stesso spessore plastico; ma coinvolti in azioni simboliche, come su un palcoscenico.
E ancora: l’occidente che ha coinvolto la fantasia di Zhiwei è soprattutto quello culturale, cioè la sua ricchezza storica, il suo patrimonio iconografico.

Sicché egli non ha esitato a rappresentare complesse scene rievocative , costellate di episodi, personaggi, monumenti che non solo rimandano a testimonianze delle civiltà succedutesi nei secoli, ma al modo con cui la figurazione pittorica le ha a sua volta riproposte, e come le ha utilizzate per ambientarvi il recente e l’immediato. Dunque, a un certo punto, è Courbet il modello iconografico del suo racconto, con la descrizione dell’atelier di un artista sensibile al passato ma immerso nella propria realtà. Non solo: ogni volta l’ambiente fitto di personaggi e costumi diversi(il vestire di oggi o del periodo appena trascorso, o il costume d’epoca antica indossato dall’attuale modella, e così via ) si apre su uno sfondo paesaggistico che lo colloca entro una geografia precisa. Sia chiaro: una veduta non obbligatoriamente veristica, perché i rimandi storici si fondono con quelli fantastici, gli episodi citati si sovrappongono; permane il senso di una suggestione simbolica che vuol essere , nei suoi momenti più intensi e drammatici; anche il frutto di una riflessione filosofica:l’antico e il moderno messi a confronto, la memoria inalterata e la drammaticità del caduco
Si citava prima Courbet. Certo, l’iconografia storico/fantastica del pieno Ottocento ha particolarmente suggestionato la respirante fantasia di Zhiwei.

Si prenda ad esempio la veduta veneziana che interpreta modelli cinquecenteschi e settecenteschi alla maniera di Hayez: storia e cronaca si accompagnano e fondono; non solo: i grandi protagonisti dei dipinti del passato, figure carpaccesche, tizianesche e così via si allineano sullo sfondo, incuriositi dal movimento turistico in primo piano; epoche , razze, costumi, strumenti perenni e nuovi meccanismi tecnologici; e si sa, gli immancabili piccioni.
Si tratta dunque di un’elegante e suggestiva teatralità nella quale concorrono stimoli diversi, supportata da un raffinato mestiere in cui riconosciamo le lezioni di Annigoni e Sciltian.

Ma Zhiwei non è soltanto questo. Perché quando noi guardiamo i suoi liberi paesaggi vi ravvisiamo sempre, sì, un senso del remoto profondo, ma insieme una limpidezza senza tempo, l’incanto pulito del bello di natura. E’ raro, si diceva in esordio, che un artista di attitudine storica sia anche un libero testimone delle nostre spontanee emozioni. Sarà l’incontro tra Oriente e Occidente a fare di Zhiwei una personalità speciale, nel medesimo tempo complessa e nitida; del tutto accattivante.
Rossana Bossaglia